Capitolo V · Storie e leggende

Tito e il Segreto del Monte Quarone

Racconto di fantasia

Racconto di fantasia

Nel bosco di notte, tra piccole luci azzurre, un Curundèl con un cappello a fungo porcino, capelli di muschio e un martelletto di legno e il boscaiolo Tito, barbuto e con la scure in mano, appoggiano entrambi una mano al tronco di un grande castagno.
Tav. I Tito e un Curundèl davanti al grande castagno della radura.

C'era una volta, sulle colline sopra Gussago, un boscaiolo di nome Tito. Viveva in una piccola casa di pietra, l'ultima prima che il sentiero scomparisse tra i castagni e le betulle del Monte Quarone.

Tito era un uomo buono, ma un po' solitario. Ogni mattina saliva nel bosco con la sua scure, e ogni sera tornava a casa con legna da ardere e castagne da vendere al mercato. Conosceva ogni albero per nome: sapeva che il castagno ama la compagnia, che la betulla si offende se la si guarda troppo, e che il bosco ha una voce bassa, per chi sa ascoltarla.

Ma quell'autunno qualcosa non andava. Le castagne erano piccole e amare. Le betulle perdevano le foglie troppo presto. E la sorgente che scendeva dalla montagna — quella che dava acqua a tutto il paese — si era ridotta a un filo di voce.

«Se la sorgente muore, muore anche il bosco» pensò Tito. E quella sera, invece di tornare a casa, si addentrò tra gli alberi.

La radura dei fuochi azzurri

La luna era già alta quando Tito arrivò nella radura dei Grandi Castagni. Lì, tra i tronchi candidi delle betulle, vide delle luci danzare. Piccole, azzurre, come scintille cadute dal cielo.

Si nascose dietro un albero e guardò.

Eran creature piccole, alte come un gatto in piedi. Avevano la pelle scura e rugosa come la corteccia dei castagni vecchi, e i capelli — se di capelli si poteva parlare — erano ciocche di muschio verde che pendevano sulle spalle. Alcuni portavano cappelli a forma di fungo. Altri brandivano bastoncini sottili.

Erano i Curundèl, i custodi del bosco. E quel giorno erano in grande affanno.

Un masso, caduto dalla roccia sopra la radura, aveva ostruito la vena d'acqua che alimentava la sorgente. I piccoli esseri spingevano, scavavano, gridavano in una lingua che suonava come acqua tra i sassi. Ma la pietra era troppo pesante per loro.

In mezzo a tutti, un Curundèl più piccolo degli altri piangeva. Le sue lacrime cadevano sul muschio e diventavano gocce di rugiada.

Tito sentì il cuore stringersi. Senza pensarci, uscì dall'ombra.

I Curundèl si irrigidirono. Alcuni afferrarono i bastoncini. Ma Tito posò la scure per terra, si inginocchiò e, con le sue mani grandi e ruvide da boscaiolo, afferrò il macigno.

Grugnì. Sudò. Sentì la schiena protestare. Ma la pietra cedette, rotolò via e, con un sospiro che sembrò venire dalla terra stessa, l'acqua zampillò di nuovo, fresca e chiara.

Il patto

Il capo dei Curundèl, un folletto barbuto con un cappello a fungo porcino, si avvicinò a Tito. Gli toccò la scure con un dito nodoso e disse:

«Tu hai restituito il latte alla montagna. Noi ti daremo un dono: da oggi, la tua scure saprà parlare. Ti dirà quando un albero è malato e non va tagliato. Ti dirà quando un castagno è troppo giovane per dare frutto. Ma tu, uomo di Gussago, devi prometterci una cosa.»

E indicò il più grande dei castagni della radura, un gigante con la corteccia nera e rugosa come il viso di un nonno centenario.

«Quell'albero deve restare in piedi. È la nostra casa. È il cuore del bosco. Se cadrà, cadrà anche la fortuna di queste colline.»

Tito annuì. Appoggiò la fronte sul tronco del grande castagno e sentì, per la prima volta, un calore lento e antico che pulsava sotto la corteccia.

«Lo giuro» disse. «E non lo giuro a voi. Lo giuro al bosco.»

Gli anni del rispetto

Tito visse molti anni ancora. E da quel giorno, ogni volta che alzava la scure, sentiva una sorta di fremito nel manico. Se l'albero era sano e forte, la scure pesava leggera. Se l'albero era malato, diventava pesante come piombo, e Tito sapeva di dover lasciarlo in pace.

I suoi castagni davano le castagne più dolci della valle. Le sue betulle fornivano il legno più flessibile per cesti e manici. E la sorgente del Monte Quarone non si prosciugò mai più.

Quando Tito divenne vecchio, insegnò ai bambini del paese a riconoscere i segni degli alberi malati. E ogni autunno, quando saliva a raccogliere le castagne, lasciava sempre una manciata per terra.

«Per i Curundèl» diceva. «E per il bosco, che ci dà tanto.»

La betulla bianca

Quando Tito morì, i contadini di Gussago lo seppellirono in un punto alto, da dove si vede il profilo del Monte Quarone. Non misero una croce di pietra, ma piantarono una betulla, perché il suo tronco bianco brillasse di notte e ricordasse a tutti che il bosco va rispettato.

E si racconta che, la notte dopo il funerale, tra il bianco delle betulle e il nero dei castagni, qualcuno vide danzare piccole luci azzurre fino all'alba.

Il canto

El Cant del Quarun

In dialetto

Su la muntagna del Quarun,
dove 'l bosc el fa el sò murmur,
gh'è i cürundèl sota la scorza scura,
che i guarden i omen con la lüs sicura.

Taja domà quel che 'l bosch el te dà,
lassà viver quel che 'l te guarda.
La betulla la brila in scima al mut,
e 'l castagn el gà el cuur che 'l bat per nut.

Se te 'ndè coi pes in tera,
porta via domà la castagna madera.
Lassa la scorza, lassa la radis,
che 'l bosch de Gussago l'è semper vif.

Traduzione

Sulla montagna del Quarone,
dove il bosco fa il suo mormorio,
ci sono i Curundèl sotto la corteccia scura,
che guardano gli uomini con la luce sicura.

Taglia solo quel che il bosco ti dà,
lascia vivere quel che ti guarda.
La betulla brilla in cima al monte,
e il castagno ha il cuore che batte per noi.

Se vai coi piedi in terra,
porta via solo la castagna matura.
Lascia la scorza, lascia la radice,
che il bosco di Gussago è sempre vivo.

Questa fiaba è un racconto di fantasia: Tito, i Curundèl e il loro patto sono inventati. I boschi di castagni sulle colline sopra Gussago, invece, sono veri.

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